Concetto Narayana Cammisa
Il viaggio dell’Uno
Dalla moltitudine al riconoscimento del Sé
Due movimenti complementari, un solo fuoco: la coscienza prende forma, attraversa l’esperienza e riconosce ciò che non è mai stato trasformato.
L’Opera
Due movimenti, un solo fuoco
L’opera nasce da un unico movimento conoscitivo articolato in due tempi complementari. La sua immagine centrale è la forgia: il ferro viene dapprima portato al fuoco, battuto e condotto a una forma precisa; successivamente quella stessa forma viene restituita alla fiamma, dove perde il profilo che aveva temporaneamente assunto. La Prima Ottava e la Seconda Ottava corrispondono a questi due momenti. Non sono due percorsi separati, ma le due metà di un unico metodo: adhyāropa, la sovrimposizione attraverso cui la forma viene riconosciuta nella sua struttura, e apavāda, la ritrattazione attraverso cui ciò che era stato posto viene progressivamente deposto.
Nella Prima Ottava l’astrologia rende leggibile il processo dell’identificazione. Graha, Segni, Case, Aspetti, transiti, Saṃskāra, Cakra, Nāḍī, corpi sottili e Tattva costruiscono una cartografia sempre più precisa del manifestarsi individuale. La carta natale non viene utilizzata per fissare una persona dentro una definizione, ma per mostrare con che cosa la coscienza si è identificata. La Seconda Ottava riprende quella stessa cartografia e ne inverte il movimento: non aggiunge nuove caratteristiche all’individuo, ma discrimina e ritira, una dopo l’altra, le identificazioni precedentemente riconosciute.
Per questo le due Ottave hanno bisogno l’una dell’altra. Senza una conoscenza precisa della forma, la negazione rischierebbe di diventare astratta; senza la prospettiva vedantica, invece, la descrizione astrologica rischierebbe di trasformarsi in una nuova prigione identitaria. L’astrologia mostra il mutevole nella sua articolazione concreta; il Vedānta domanda che cosa conosca quel mutamento senza essere contenuto in esso. Il loro incontro non serve dunque né a rendere il destino più controllabile né a costruire una personalità spiritualmente perfezionata, ma a usare il relativo con piena precisione senza scambiarlo per l’Assoluto.
Anche gli strumenti più elevati restano, alla fine, strumenti. Graha e Cakra, simboli e pratiche, Sākṣin e Vichāra hanno valore finché conducono oltre l’identificazione; trattenuti come possesso, diventerebbero semplicemente nuovi upādhi. Il compimento dell’opera non lascia quindi un individuo finalmente perfezionato né un sapere da rivendicare. Anche il libro, l’autore e colui che percorre la via appartengono al campo di ciò che può essere deposto. Come il ferro restituito alla fiamma, ciò che rimane non è una forma migliore, ma il riconoscimento di Ciò che non era mai stato realmente trasformato.
Poema
Il viaggio dell’Uno
Prima del nome,
prima del volto,
prima che il cielo dividesse le sue stelle,
vi era soltanto l’Uno.
Silenzio senza confine,
luce che non conosceva ombra,
coscienza raccolta in se stessa
come oceano prima dell’onda.
Poi venne il viaggio.
L’Uno discese nelle forme,
si fece tempo, corpo, desiderio,
si spezzò nei mille specchi dell’esistenza
per potersi incontrare.
Attraversò pianeti e segni,
case, aspetti, nodi e destini,
indossò il volto dell’io
e dimenticò per un istante
di essere infinito.
Conobbe l’amore e la paura,
la separazione e l’attesa,
la nascita delle domande,
il peso della materia
e la vertigine della libertà.
Ogni stella divenne esperienza,
ogni incontro una soglia,
ogni ferita una voce nascosta
che indicava il cammino.
E quando la moltitudine
ebbe raccontato tutte le sue storie,
la coscienza cominciò a ricordare.
Allora iniziò la risalita.
Non fuggendo dal mondo,
ma attraversandolo fino in fondo;
non negando l’io,
ma rendendolo trasparente
alla luce da cui era nato.
Ciò che era diviso
ritrovò il proprio centro.
Ciò che cercava fuori
riconobbe dentro di sé
la sorgente.
E il cerchio delle stelle,
che pareva destino,
divenne una mappa.
L’uomo alzò lo sguardo
e comprese che il cielo
non era sopra di lui.
Era dentro.
Così la discesa
divenne conoscenza,
la conoscenza divenne coscienza,
e la coscienza tornò silenziosamente
verso la propria origine.
Dalla moltitudine all’Uno.
Dall’Uno alla moltitudine.
Un respiro eterno
senza principio e senza fine.
E nel punto invisibile
in cui la discesa incontra la risalita,
rimane soltanto ciò che è sempre stato:
l’Assoluto
che contempla se stesso
attraverso l’infinita esperienza dell’essere.